Una volta, molti anni fa, conoscevo un ragazzo. Un pianista. Abitava nell’appartamento a fianco il mio. Lo sentivo suonare, tutto il giorno. Faceva diligente i suoi esercizi e con determinazione insisteva fino a che ogni nota, animata dal tocco delle sue mani, pareva esistere nel mondo di per se stessa. Come le stelle in cielo. Perfettamente armoniche tra loro e con il creato.

Sentivo, percepivo attraverso la parete che ci separava, la sua soddisfazione quando, dopo lunghe ore di paziente esercizio, arrivava proprio dove il suo animo anelava. Lui era il padrone, la musica il guinzaglio, il cane l’anima sua che annusava la vita. Come un dono, come una passeggiata perfetta, come l’amore.
Attraverso la parete comune sentivo anche la sua irritazione, la stanchezza di certi giorni. Le stesse note parlavano lingue diverse, tante quanti erano gli stati d’animo del mio vicino pianista.

Era venuto ad abitare proprio lì, una mattina di primavera. Non si presentò. Non venne a suonare al mio campanello. Non potei vederlo per molti mesi. Seppi che c’era un nuovo inquilino in quella casetta bifamiliare, solo perchè rientrando sentì suonare. Il mattino ero uscita. La sera avevo un nuovo vicino. Non so come, ma non andai a bussare alla sua porta nemmeno io. Feci finta di nulla. Continuai la mia routine quotidiana di prima.
Mi mantenevo facendo le traduzioni per una ditta import-export, così a parte le lezioni all’Università uscivo poco. In questo, io e il mio vicino eravamo uguali. Un po’ offesa, con la stessa determinazione con cui lui affrontava i suoi esercizi, io mi ostinavo a fare come se non avessi alcun vicino. Non volevo essere io la prima a presentarsi. Era lui che era arrivato dopo, era lui che doveva bussare per primo alla mia porta.

Questa situazione di apparente mutismo e freddo distacco, creò la possibilità di conoscerlo protetta dal senso della vista. Mi approcciai a lui in modo poetico, gentile, folle. Curiosamente intimo. La parete comune, come un setaccio, lasciava passare solo un distillato di lui.
Io, dopo diverse settimane, non lo avevo ancora mai incontrato. Ogni giorno lo sentivo suonare. Ogni giorno imparavo a decifrare una nuova sfumatura di lui. Il tocco delle dita sul pianoforte mi svelava i suoi intimi stati d’animo e così, iniziai inconsapevolmente ad immaginarmi i suoi tratti. La corporatura, i movimenti, le espressioni. Mi creavo un immagine che corrispondesse fisicamente a quello che mi arrivava attraverso le note del suo pianoforte.
A volte lo sentivo parlare e la voce si, quella la conoscevo. Ma non mi lasciava indovinare di lui niente di più rispetto a quello che potevo immaginare seguendo il suo quotidiano lavoro al pianoforte.

Con il suo arrivo, scoprì quanto desiderassi in effetti una compagnia. Ero sempre stata schiva e solitaria, anche da ragazza. Mi ero auto convinta che non avevo bisogno di nessuno per stare bene e praticavo con fermezza l’atteggiamento arrogante di chi si tiene alla larga dai sentimenti, di qualsiasi natura essi siano.
Con il suo arrivo, mi accorsi di aver tarato lentamente i miei bisogni ai suoi ritmi. Sapevo che se rientravo entro le quindici potevo avventurarmi con lui nel sottobosco della sua esistenza. Avevo bisogno di almeno un paio d’ore di ascolto attento per capire il suo stato d’animo. Se invece tornavo dopo le diciotto, non sempre potevo intuire il suo umore. Inoltre mi fu presto abbastanza chiaro che questo ascolto indagatorio, mi aiutava a fare chiarezza ed ordine nei miei pensieri. Affinavo una sensibilità percettiva che poi rivolgevo anche a me stessa, trovando sparse qua e là tracce di me bisognose di essere ricomposte.

Prima che arrivasse lui, non avevo capito quanto freddo avessi dentro. Il pianoforte suonava e dentro si scioglievano piccoli ghiacciai interiori. Me ne accorsi perchè cominciai a piangere. Sempre più spesso. Lacrimavo commossa ogni piè sospinto, protetta dalle mura domestiche. Quelle note, apparentemente sempre uguali a se stesse, come un affilato coltello, praticavano inconsapevoli, precise incisioni nella corazza che mi ero costruita.

Ad un certo punto, con lo sciogliersi dei ghiacciai, cominciai a pensare se anche lui, il vicino pianista, sentisse me. Certo, io non suonavo, ma mi muovevo in casa. Adoravo cucinare e il profumo del cibo lui lo sentiva di certo. Inoltre, anche se non amavo la compagnia avevo la mia carissima amica Lola che veniva spesso a trovarmi, soprattutto la sera, a cena. Lei, con un amore da atleta, aveva saputo arrivare a me.
Nelle nostre serate culinarie io e Lola chiacchieravamo e ridevamo e mi chiedevo se anche lui come me poteva percepire chi fossi.
Un giorno decisi di rischiare e mi avvicinai al suo portone per vedere il suo nome scritto sul campanello. Almeno il nome, pensai. Lo feci mentre era al pianoforte, e furtiva come una volpe in un pollaio lessi Giacomo Pescatore.

Ma che razza di nome è? Giacomo va be’, ma Pescatore fa un po’ ridere. In effetti, lo pensai seduto al pianoforte con l’atteggiamento paziente di un pescatore, che solitario aspetta la nota perfetta. La melodia che lo ancora a se stesso. Il pesce mai pescato, quello grosso e memorabile.
Rabbrividì quando mi accorsi di aver accostato il mio nome al suo cognome. Signora Bianca Pescatore. Scacciai con un gesto della mano quel sospetto pensiero, e scomparvi nel mio appartamento.

Di Giacomo Pescatore sapevo con certezza che sapeva amare. Si capiva dalle note che snocciolava perfette dal pianoforte. Intuivo anche che in lui vagava una sofferenza antica. Qualcosa come un’ombra sul cuore. Mi figuravo che dipendesse da una donna, un amore tradito, finito male, ma chissà. Non potevo saperlo.
Non riuscivo ad intuire la sua età. Forse era vecchio, oppure un ragazzo, oppure un tormentato uomo di mezza età rintanato a leccarsi chissà quali ferite.
Fantasticavo su di lui. Su Giacomo Pescatore.
Passò ancora qualche settimana, l’estate sfoggiava un solleone implacabile. E io ero cotta a puntino.
Dovevo, volevo assolutamente incontrarlo. Ignorai deliberatamente l’orgoglio dei mesi precedenti e preparai due coppette di caffè ghiacciato con piccoli chicchi di panna e cioccolata. Bussai gelatinosa alla sua porta. Giacomo Pescatore non chiese “chi è?”. Aprì e basta, come se aspettasse visite, come se aspettasse me. Ed era così.
Ci eravamo annusati, assaggiati e apprezzati senza fretta, in tutto quel tempo. Senza guardarci. Ci eravamo svelati, l’uno verso l’altro, togliendoci l’armatura. Rivelati fragili.
Quando aprì la porta il mio sguardo, come nella carrellata di un film, salì dalle gambe al volto. Vidi che indossava un paio di jeans chiari, anche se eravamo in estate. Le gambe solide, ben piantate a terra. Una mano teneva la porta e l’altra restava morbidamente lungo il corpo. Una mano grande, liscia e in qualche modo attiva, come pronta ad agire. Indossava una maglietta di cotone grigia, man mano che il mio sguardo conosceva anche la sua forma, salendo sul suo torace, scopriva un corpo asciutto, conosceva la sua altezza, incontrava infine il suo sguardo. Occhi neri, di un nero liquido, pieno e notturno. Pelle chiara, capelli morbidi intorno al viso, biondo cenere. Ora lo sguardo coglieva il viso nel suo insieme. Giacomo a quel primo sguardo mi parve uno di famiglia. Sorrideva silenzioso, con la sua bocca sottile. Era il giovane adulto che avevo sperato che fosse.

Mi fece entrare e da quel giorno cucinai spesso per lui, per noi. Non ci separammo più e io diventai la signora Pescatore.
Mi ero innamorata di quella parte di lui che non sarebbe mutata nel tempo, mi ero innamorata della sua essenza. E lui della mia.
Giacomo Pescatore è morto sette anni fa. Io sono stata felice accanto a lui, e lo sono ancora. Il mio pianista vicino di casa mi ha insegnato a piangere senza neanche sapere il mio nome. Ha dolcemente sfinito il mio orgoglio, ha levigato la mia cocciuta solitudine e ha sgretolato tutte le difese del cuore.
Ha permesso la fioritura degli abbracci, mi ha aspettato.
Giacomo Pescatore era bellissimo.

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